martedì, 06 giugno 2006


Intermezzo d'inverno

La pioggia che cade
Come monete dal cielo
Scroscia sui vetri, sull'asfalto;
Sui capelli.

Lampi nell'aria
Come nel mezzo
Di un set fotografico.

Gira mia piccola gioia,
Gira su te stessa
E tutt'intorno;
Perché d'inverno
Il freddo non è che l'ennesima prova
Della bellezza del mondo.


Pallottola esplosa da prettylush alle ore 11:46 nella categoria poesie
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domenica, 21 maggio 2006


Mi ero ripromesso che non avrei usato questo blog per scrivere cose personali, ma l'avrei solamente sfruttato come bacheca, vetrina per i miei lavori. E invece stasera non reggo e devo parlare, devo scrivere di me, soprattutto oggi, giornata veramente strana.

Strana perché. Perché mi è stata proposta una cosa molto importante, un po' improbabile a dirla tutta. La cosa mi ha reso felicissimo, ma triste nello stesso tempo. E qui sorgono altri perché, giusto? Semplicemente perché la prima cosa che sono andato a pensare è stata "se tutto andasse in porto, con lei il futuro è chiuso senza speranze, anche quelle poche rade e semi-impossibili in cui credevo".

Piano piano mi convinco che ormai è proprio finita, e adesso è il periodo più difficile, perché crollano anche le speranze, e lei non ha neppure più la pazienza di starmi a sentire. La capisco.

Stasera volevo fingermi entusiasta, almeno non si sarebbe data preoccupazioni, e non le avrei portato scocciature. Ma la reazione di chi dice "sì sì! Vai che è una grande occasione" lascia sempre un po' di sasso soprattutto se fino a qualche mese fa ti mandava canzoni dal titolo "Can't smile without you". So che lo dice per me e per il mio bene, ma so anche che dicendo questo mette una croce sopra a tante cose dette in passato (sinceramente ormai le credo utopie di due cretini invasati, solo che di cretino ne è rimasto uno).

Di sicuro per lei hanno perso priorità, però io, stupido, continuo a non rassegnarmi. Forse si starà chiedendo perché ero così freddo stasera, forse no. Allora ti parlo in prima persona, anche se dubito leggerai tutto questo.

Io non ce l'avevo con te, ma non volevo affrontare il discorso, perché la pensiamo in due modi differenti. E ora che sai perché ero così distaccato, non avere paura di dirmi quel che pensi, tanto una risposta simile sull'argomento me l'aspettavo, lo sapevo, ed era per quello che ero triste.

Mi devo rassegnare? Io ci provo, non ti prometto nulla, so solo che al pensiero mi sento tremare il palato e gonfiare gli occhi.

Chiedo scusa per lo sfogo, so che non lo leggete in molti questo blog, ma chiedo scusa ugualmente.


Pallottola esplosa da prettylush alle ore 21:05 nella categoria
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sabato, 06 maggio 2006


Urlando

Senti gracchiare
Grattare la gola
Pulsare il sangue nel viso.

Ti guardi allo specchio e vedi rosso
Ti guardi intorno e vedi nero
Con la testa che gira
Il respiro viene meno

E con gli occhi stanchi
Ti rilassi piano
Un fischio nelle orecchie.

Il riposo
La fine.


Pallottola esplosa da prettylush alle ore 21:55 nella categoria poesie
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sabato, 06 maggio 2006


Vista la richiesta, pubblico questo racconto scritto tanto tempo fa, e che sinceramente non mi appaga in toto e mi lascia perplesso in molti punti.
Spero piaccia comunque.


Noia Mortale

Tra tutte le cose strane che ho visto, la più strana cominciò in giardino.

Ero col cane a strisce gialle e verdi, volava intorno al prato eseguendo larghe circonferenze nell'aria, a mio dire perfette, vista la linea tratteggiata che lasciava al suo passare. Alla fine del percorso dovevo farmi strada fra piccoli segmenti. Le coccinelle ci si posavano sopra e poi s'ingrandivano, pesavano troppo, ed i segmenti cadevano. E non per dire, ma ho visto una coccinella fare un incidente con una macchina, l'altro giorno. Povero autista.

Passò una persona con uno strano cappello nero. Ah, vero, siamo in Gran Bretagna, com'è che lo chiamano? Bombetta? Mah. Mi salutò, io mi agitai, ed accucciato entrai nella porta di casa. Questa era alta tra i trenta ed i quaranta centimetri, la larghezza cambiava ogni tanto, delle volte non riuscivo più ad entrare, ma dipendeva dal giorno.

Lunedì - Non si entra.
Martedì - C'è spazio per il cane, lui mi prepara il pranzo.
Mercoledì - La mia casa è una cattedrale.
Giovedì - Si passava bene.

Doveva essere giovedì, mi avvicinai alla porta ma i miei fianchi si allargarono e rimasi col sedere all'aria, il cane a strisce rosse e blu cobaldo (era cangiante) mi diede una mano e mi spinse, così entrai. Ero agitato, lo strano cappello mi aveva salutato, o meglio, aveva sollevato la persona in un gesto cortese, e mi aveva salutato, buffo!
Intanto mia madre si radeva la barba col tagliaerbe, faceva un gran baccano, e quando mi sentì entrare, chiuse la porta, forse parlava soltanto. Allungai le dita verso l'armadietto medico, dovevo essere a circa un metro di distanza, ma i polpastrelli non ci misero molto ad arrivare alla maniglia, l'afferrai con due dita e l'abbassai, e le pasticche erano lì, gioiose di vedermi, uscirono dalle loro scatole del comune Prozac, dello Zoloft, Celexa, Paxil, Luvox, Valium, Xanax, Tavor, Ansiosil, En, Frontal, Lexotan, Prazene, Control, Lorans, Dalmadorm, Felison, Halcion, Minias, Roipnol, Nottem, Stilnox, Buspar. Li avevo tutti. Con le loro piccole gambine saltellavano, qualcuna cadde dalla gioia e si sfracellò a terra. Le altre non ne sentirono la mancanza. Qualche pillola doveva essere scaduta, aveva la barba e camminava piano piano, dovevo alleviare le loro sofferenze, dopotutto sono io che le prendo, ho un dovere nei loro confronti.

Presi i tre vecchi che vedevo, gli altri dovevano essere morti nelle scatole, mi sarei liberato dei cadaveri col tempo, fortunatamente le pasticche quando muoiono non puzzano. Un vecchio Roipnol, un Felison e un Prazene. Dolcemente li cullai fra le mie dita lunghe un metro (le accorciai poco dopo, purtroppo sono scomode per mettere in bocca qualcosa) e una volta addormentati, li inghiottii, bevendo un sorso dell'acqua di un vaso sul caminetto.

Ah, com'è fresca.

Attendendo il loro effetto, richiusi lo sportello del mobiletto e quello "scegli me! Scegli me!" delle pastiglie si spense, diventando solo un morbido grido dietro un vetro, coperto dalla falciatrice della mamma che si stava ora depilando. I medicinali non sono in grado di dispiacersi per la perdita di un parente, ci sono abituati, dopotutto sono i primi a buttarsi avanti per finirti in bocca, o in una siringa diretta nel braccio o nel sedere. Mi chiedo se questa sorta di suicidio programmato stia a significare qualcosa, perché io me li immagino questi esserini che ti finiscono nello stomaco, che si smembrano piano piano, in piccole parti che poi prendono vita, e cominciano a correrti nel corpo fino al cervello, andandoti a massaggiare le parti stanche. Mi chiedo anche chi abbia insegnato loro a massaggiare così bene.

Quando la mamma si decise ad uscire, era alta una ventina di centimetri, chissà perché. Il gatto grasso con la grande pancia e le zampe magre e corte gironzolava sulla tv, giocando a golf come fosse un grande campo, pensavo di comprargli un pratino inglese per farlo giocare meglio, siamo stanchi di vedere i suoi buchi da chiodini per reggere la pallina.

Pian piano mi lasciai andare sotto il peso dei massaggi, mi stesi nel mio letto d'edera e di piume, sprofondando in un abisso rosso bordeaux con le mani incrociate all'altezza del petto. Sarò sceso di circa sei piedi, come quando sotterrano le persone, e vedevo il soffitto girare, il lampadario scendere e sorridermi come faceva sempre, però in modo più triste, allungai una mano verso lo stereo, ma stranamente, stavolta, non ci arrivai, le mie dita non s'allungavano, la stanza non mutava nè cambiava colore, lo stereo non mangiava (letteralmente, e non in senso lato) la gran quantità di cd graffiati e rovinati che sentivo lo stesso, solo perché volevo sentirli lo stesso.

Persino il cane era marrone (quel colore è marrone no?).

Perché? Perché adesso è tutto così strano, perché in questo momento sembra tutto così anormale, perché mia madre manca di quella barba che le cresce ogni minuto, perché non parla al telefono come sempre? No, fermi, lei si rade, quel brusio non è la sua voce, è quello strano rasoio elettrico coi denti, dalla gran precisione.

E' tutto così insensato, tutto così semplice, nessuno conosce la realtà come la comprendo io, nessuno mi capisce, ma non è per questo che il medico mi dà tutta quella roba (che io mischio continuamente)?

Adesso quel velo bordeaux si chiude sempre di più, da una parte, dalla mia sinistra. Diventa man mano, gradualmente, un piccolo spiraglio di luce che si chiude, e per un attimo metto a fuoco le cose, i massaggi stanno finendo, ormai non ce n'è più bisogno. Quella è la mamma, quello il papà, lo zio, la nonna, mia sorella. Ci sono tutti, o quasi, nessuno viene a trovare uno schizzato il giorno del proprio... Proprio cosa?

Quel rumore sordo delle viti che si chiudono, tutto buio. Non respiro, non ne ho più bisogno. Vorrei voltarmi di lato come dormo sempre, ma non riesco. Resto lì impalato, con gli occhi chiusi, ma aperti.

Certo, che noia morire.


Pallottola esplosa da prettylush alle ore 01:13 nella categoria
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lunedì, 24 aprile 2006


Santità

Sono il motivo d'imbarazzo
Lo scempio
L'errore
Sono l'oggetto di alleanze
Cui schierarsi contro
Sono lo sbaglio
Nei secoli dei secoli
E nei giorni dei giorni
Sono il capro e la forza
Dell'espiazione di molti

Io sono Santo.


Pallottola esplosa da prettylush alle ore 23:58 nella categoria poesie
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giovedì, 13 aprile 2006


Non so perchè ma questo racconto è piuttosto confuso. Liberamente ispirato sia al film che al romanzo "Fight Club" (soprattutto in alcune frasi e passaggi) ho scritto questo racconto perchè mi andava di scriverlo, anche se sembra gettato lì senza troppo senso. Questo non fa parte della raccolta che avevo in mente, ma spero che vi piaccia comunque.


Imsomniac

Di solito le parole mi escono spontanee dalla macchina da scrivere. Le vedi salire su, pian piano, uscendo dal cupo rullo d'inchiostro come quando s'apre un sipario, parola dopo parola, e tutti questi insiemi di parole (penso si chiamino "frasi", se non ricordo male) s'inchinano d'innanzi a me come un pubblico suicida divertito.

Stavolta no. Stavolta non va come dovrebbe. Più m'impegno, più le parole che sforno si separano. Forse hanno litigato, le compagnie teatrali non vanno sempre d'accordo. Forse è successo così anche nella mia piccola compagnia di parole. Ora m'impegno, ora cercherò di scrivere parole ben distinte fra loro. D. I. S. T. I. N. T. E. Ma queste sono lettere. Nulla, il nulla, il vuoto, non riesco a concentrarmi né pensare, forse ho bisogno di un po' di riposo.

"Ero preoccupata, dovevo uscire per vedere come stava".

Penso mi farò una doccia, ma sì, dopotutto è quello che ci vuole, magari sono anche fortunato. Prima ho visto fuori dalla finestra, era molto buio, ho avuto la fortuna d'incontrare lo sguardo dell'orologio, glielo leggevo negli occhi l'orario. Le 3.20 am. Che gioia l'acqua bollente addosso. Mi sento le braccia aderire sui fianchi, quasi appiccicate. Non so perchè ma non riesco a muovermi e accidenti, avevo la bocca aperta, e non lo sapevo. L'asciugamano è umido, devo essermi fatto una doccia di recente, ma non ricordo. Ma dicevo: la mia fortuna. Magari ora gli dò un'altra occhiata, all'orologio. Ma sì, saranno le 3.45, forse le 4.15. Mi guardo allo specchio e non mi vedo, con l'indice sistemo gli occhiali sul naso, erano appannati, devo essermi fatto la doccia senza toglierli. Sono sbadato, saranno sei mesi circa. Ora guardo l'orologio, ma sì, saranno addirittura le 4.30, se non le cinque meno un quarto. Cavolo come vola il tempo.

"Sono le 3.30, fuori piove, per fortuna che ho portato l'ombrello".

Le 3.30. Il tempo non è stato generoso con me, delle volte vorrei ammazzarlo, se solo potessi, e se non ricordo male, qualcuno c'era riuscito, ma dove... Vabbè, questa è un'altra storia, dopotutto. Fuori piove, anche se volessi uscire, non ho l'ombrello, devo averlo lasciato a casa, da mia moglie. Nel mio studio, nella mia tana, ci sono fogli ovunque, ed il pavimento è molto sporco. E' da un po' che non pulisco. Ormai saranno tre o quattro giorni che non la sento più.

"Ormai saranno tre o quattro mesi che non lo sento più come si deve, è diventato un fantasma. Meglio sbrigarsi, prima che la pioggia diventi più violenta".

Quant'è che non dormo? Non chiudo gli occhi da un bel po', anche se ci provo. Non riesco a dormire, mi sento stanco anche se ora... Sì ecco, ora mi metto sulla mia bella poltrona comoda, alzando un po' di polvere (polvere?) e mi rilasso, metto a fuoco le cose. Sì, ci sono. Uno. Due. Tre. Sbagliavo. Sono sei mesi che non dormo neanche dieci minuti, sei mesi da quando ho iniziato il mio esperimento per scrivere il libro, sei mesi. Un esperimento sul sonno. Che gran stronzata.

"Sono sei mesi che non dorme neanche dieci minuti, sei mesi da quando ha iniziato il suo esperimento per scrivere il libro, sei mesi. Un esperimento sul sonno, che gran stronzata".

Niente, non riesco a riposare, ora mi alzo e guardo fuori dalla finestra, mia moglie starà arrivando, sono sposato da poco e la sto già deludendo. Che marito ignobile che si è trovata. I fogli di carta sparpagliati sul pavimento. Per rimetterli in ordine dovrei rileggere pagina per pagina, non ho scritto neanche il numero dei capitoli al loro inizio. Li  scanso coi piedi, ora non m'interessano. Perchè quando soffri d'insonnia non sei mai realmente addormentato. E non sei mai realmente sveglio. Perdi tutto l'interesse per le cose. Penso che una frase del genere la dicano in un film, o in un libro, o forse in tutte e due. La vedo, bella come il sole, con quei riccioli biondi e bagnati che le ricadono sulle spalle. Neanche l'ombrello salva i suoi capelli vaporosi. E' la donna perfetta per me, è sempre stata il mio tipo.

"Lo vedo, bello come il sole, con quei capelli corti, neri e spettinati. Neanche l'ombrello salva le sue spalle larghe. E' l'uomo perfetto per me, è sempre stato il mio tipo".

Va tutto bene fra me e lei, mi sorride, ed io le sorrido di rimando. Quei suoi capelli corti, neri e spettinati. No, quelli sono i MIEI capelli. Quello è il mio naso, le mie orecchie, i miei occhi, le mie labbra, le mie spalle, il mio corpo. Poi il nulla. Dopo, lei non c'era più. Me la ritrovo in casa, forse ho avuto un attimo di assopimento, finalmente, non lo so. Forse l'ascensore è tornato a funzionare. Ma non ho mai avuto un ascensore in questo buco di merda. Forse deve dirmi qualcosa. Stavolta ci riprovo, lei mi guarda. Io la guardo. E mi riguardo ancora, come uno specchio nello specchio, che si ripete all'infinito, e ti vedi correre di spalle, corri corri corri e raggiungi la parte opposta, che termina in un'altra parte opposta, che ha un suo inizio ed una sua fine, e quella fine inizia ancora, per poi finire nuovamente. Non ne esci facilmente, glielo dico, lei sorride. Io sorrido. Ma alla fine, giungi al punto. Mia moglie, la mia vita, il mio racconto, il mio sonno, raggiungono tutti un fine unico. La scrivania, la polvere, i fogli, la puttana all'angolo della strada, il protettore che la sorvegliava, la mia auto, i soldi, la famiglia, i quadri appesi nella stanza, la doccia, l'insonnia, portano tutto ad un'unica soluzione. Ora lo comprendo, non la prendo neanche troppo male, non ne ho la forza, penso che quando chiuderò gli occhi sarà per l'ultima volta, finalmente. Ed ora capisco tutto. Mia moglie ha il mio viso.

Perchè...

"Noi..."

Siamo...

"La stessa..."

Persona.


Pallottola esplosa da prettylush alle ore 13:49 nella categoria racconti
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lunedì, 10 aprile 2006


Quello che segue è un piccolo racconto (il primo) di quella che si spera diventi una serie sullo stesso genere, con personaggi differenti (tranne il protagonista che fa girare il mondo e fa da tramite a noi lettori per ascoltare le  storie delle sue vittime), storie differenti ma particolari simili, e tutte incentrate su un semplice concetto: la colpa. Perchè le persone mettono il cuore in pace in fretta non concedendosi mai un attimo di discussione con loro stessi, cosa che, dal mio piccolo punto di vista, dovrebbe essere fatta più spesso. Buona/sgradevole lettura.



Pallottole di Saggezza

Che vita vuota aveva avuto fino a quel giorno. Far finta che quella voce non esistesse. Durante la guerra del Golfo aveva collezionato diversi souvenir, nascosti ben bene in uno sportello di quella grande stazione. Erano anni che stavano lì, nessuno le aveva mai notate tutte quelle armi, ed erano altrettanti anni che teneva quella chiave nella tasca di quei pantaloni consunti. Fare il reporter d'assalto ha i suoi lati positivi, se togliamo il fatto che i soldi scarseggiano e che la vita non è semplice.

"Non è ancora il momento di dormire..."

Gli tremava la mano, così tanto da non riuscire ad infilarla nella serratura da quattro soldi che chiudeva quello sportellino scritto di nero, rosso, viola, blu e tanti altri colori, da qualche ragazzino zelante di farsi notare. In quegli istanti d'innanzi gli occhi gli passarono davanti tutte le delusioni che aveva avuto: la scuola, le amicizie, i fallimenti, le ramanzine dei genitori, le ramanzine del capo, le ramanzine di una ragazza traditrice, lavori screditati, lavori incompleti, lavori distrutti, l'empietà degli altri. E in quell'stante di lucidità che aveva acquisito, solamente due parole gli sovvennero alla mente: vaffanculo-tutti.

"Non è ancora il momento di dormire..."

Lo sapeva bene che non era il momento, e lo ripetè alla voce che gli echeggiava nella testa. Finalmente riuscì ad infilare la chiave. Socchiuse gli occhi chinando la testa, respirando profondamente. Per quanto gli riguardava, il più era fatto adesso. Spalancò lo sportello di colpo, rivelando alla luce del sole quelle armi che da tanti anni erano state sepolte lì dentro. Tra tutte preferiva quella bella pistola color avorio di grosso calibro, ma non disdegnava di certo quell'AK 47 spinto a forza in quello stretto armadietto. S'infilò il cappello di lana calzandolo ben bene, allontanando così i capelli lunghi dal viso, mise a tracolla il mitragliatore impugnando la pistola nella mano sinistra. Controllò caricatori, il carrello della semi-automatica, la canna della pistola. La videocamera l'aveva con sé. Decise di provare un colpo, l'occasione gli arrivò qualche istante dopo, quasi programmata e decisa già dall'alba dei tempi.

"Non è ancora il momento di dormire..."

Doveva essere un impiegato. Ben vestito e dall'aspetto curato. Non se la passava male, di certo non come se la passava il nostro amato/odiato protagonista. Vedendo la piccola videocamera e l'attrezzatura militare, il presunto impiegato chiese se stava girando le scene di un telefilm. E il nostro reporter tese il braccio, senza rispondere, un leggero sorrisetto gli si disegnò sulle labbra, contraendo i muscoli del dito, sentì il grilletto freddo fare resistenza, un grilletto che si scaldò quasi subito a contatto con la pelle, e quasi non dava più fastidio. La persona davanti non si spaventò troppo. Solo in quel breve istante fra la vita e la morte capì quel che stava succedendo, un breve istante inzuppato dell'odore del metallo trascurato e umido e ben presto, denso di rumore e di pulviscolo di polvere da sparo. E come sullo schermo di un televisore i due poterono vedere gli sbagli commessi da entrambi. Gli occhi del nostro fotoreporter erano limpidi e scuri, non rivelarono nulla, perchè nulla c'era da rivelare. Una voce nella testa dell'impegato disse una semplice frase, l'ultima che questo avrebbe potuto udire:

"Armand, è ora di dormire..."

Armand non avrebbe mai dovuto farlo. Forse se oggi non se la passa male è grazie all'eredità ingiusta lasciatagli dal nonno, padre di suo padre. Era vecchio e di salute cagionevole, anche se era sempre stato attento alla salute, fin da giovane. Armand si era fatto spiegare bene quale acido si sarebbe facilmente confuso con i succhi gastrici e pian piano gliene versava una quantità sempre maggiore, nella zuppa che ormai poteva solamente mangiare il povero vecchio, con quell'ulcera devastante che gli corrodeva lo stomaco. Per il nonno Armand era un bravo ragazzo, l'unico che si curava di lui in quegli ultimi anni di solitudine che accompagnano tutti gli anziani. Per Armand invece il nonno era un vecchio che non si godeva i soldi che aveva, mai quanto avrebbe potuto goderseli lui. E finalmente Armand se la sarebbe spassata. Nonostante le medicine e le cure, quell'ulcera non migliorava, peggiorava solamente. Alla fine fu proprio un tumore a stroncarlo. E Armand aveva lavorato bene, nessuno si accorse di nulla, nessuna autopsia, tutto normale. E quella piccola pillola di saggezza in metal jacket cominciò a percorrere la canna esplodendo al colpo del cane, seguendo i disegni a spirale dentro il tubo roteando su se stessa. Il carrello si proiettò indietro, caricando il cane nuovamente per un altro colpo e facendo spazio alla prossima pallottola. E in quell'stante passarono cent'anni, per il reporter e per Armand, confessatosi con gli occhi per l'ultima volta. Un flash. La cartuccia volò via di fianco, uscendo dall'apposita fessura creatasi con lo spostamento del carrello, mentre quell'oggetto in metallo, piombo e varie leghe si faceva spazio proprio in mezzo la fronte dell'ingiustamente ricco impiegato. Non ci volle molto per dire addio al mondo infine. Mentre un piccolo foro sanguinante adornava la fronte senza rughe di Armand, dietro di lui la parete si disegnò di rosso e di grigio, spappolandogli la nuca con un grosso cratere contenente materia cerebrale, sangue e tutta la merda del mondo. Il neo-assassino si sporcò del peccato di Armand, che adesso si era lasciato alle spalle le sue colpe, proprio come quella grossa chiazza sul muro. Armand restò per qualche istante in piedi, a vederlo sembrava ancora cosciente. Cadendo sulle ginocchia e poi su un fianco, in una posizione innaturale, smentì subito questa teoria.

"Non è ancora il momento di dormire..."

Alzò gli occhi al cielo maledicendo quella voce, perchè sapeva di non aver ancora terminato il suo lavoro.


Pallottola esplosa da prettylush alle ore 15:04 nella categoria racconti
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giovedì, 29 dicembre 2005


E ora un piccolo racconto, per staccare un po' la spina:

Parabola sul Principio del male

Lui era in strada, con le mani nelle tasche del cappotto nero, col cappuccio sulla testa, il lettore mp3 nelle tasche. I pantaloni per quant'erano lunghi e larghi strisciavano contro il terreno da parecchio, almeno credo. Perdevano brandelli ad ogni passo, e quella strisciolina che si tira dietro, che calpesta, che sporca col sudiciume presente sull'asfalto, vomitato dalla gran quantità di macchine e passanti per la via. Beh, quella strisciolina una volta era l'orlo dei pantaloni.

Ora Lui è come quella strisciolina di stoffa che una volta aveva un senso, ora potrebbe anche essere tagliata via, nessuno sentirebbe la sua mancanza, neanche i pantaloni stessi.

Lei era in casa, seduta sul letto, con quella poca roba che le rimaneva addosso dopo aver tradito Lui con L'altro. Si stava rivestendo, affannata come non mai. Così giovani, eppure così "cattivi". Ma noi non conosciamo male, nella nostra generazione. Possiamo essere considerati malvagi, o soltanto non buoni? Con l'affanno, Lei raggiunge i pantaloni che aveva lasciato sul pavimento, nella fretta di cercare l'amplesso con L'altro. L'altro per lei non era nulla, solo un giochino, ed il giochino lo sapeva di essere tale, lo sapeva bene e l'accettava. Lui però ci rimetteva, era l'unico a rimetterci nel classico "triangolo diabolico". Molti lo chiamano così.

L'altro si stava facendo la doccia, i genitori di Lei non c'erano, sarebbero stati via tutto il Week-End, e Lei aveva detto a Lui che aveva molto da studiare. Anatomia forse. L'altro adorava la doccia fredda, e chi lo capisce è bravo, parecchio. Lo svegliavano da quel torpore post-orgasmo che Lei gli lasciava (e perchè svegliarsi poi, non si sa). Lo distruggeva, e non gli capitava spesso. Era troppo abituato al sesso, lui era bello e diabolico, sapeva di Lui, erano nella stessa scuola, tutti e tre, ma a L'altro poco importava di Lui. Prese lo shampoo all'ortica che profumava tanto, era della madre, sa che si sarebbe arrabbiata, ma Lei avrebbe trovato una soluzione.

Lui lo sapeva. Sapeva tutto, l'aveva scoperta, Lei, bugiarda, traditrice, e come dissero in Fight Club, che Lui ricorda così bene "la grande falsona". Mentiva su tutto, si era stancata, restava con Lui per cosa? Sicurezze? Soldi? Amore? No. Non lo sa, non lo sapeva neppure Lei, se lo chiedeva ogni volta, eppure non lo capiva mai. L'altro non ci sarebbe mai rimasto assieme, Lei questo lo sapeva, però come le piaceva scoparselo quando Lui non c'era. Lui era stanco, aveva caldo e l'amava, e ora non gl'importava più di nulla. Nonostante fosse febbraio, si tolse il cappotto, estraendo le mani dalle tasche ampie, scrollò le spalle, e lasciò il cappotto a terra. Cominciò a correre, mentre "Amsterdam Conversation" dei Funeral For A Friend in sottofondo accompagnava la sua fuga verso una realtà vera, differente da quella che non aveva mai accettato. Un palazzo, troppi pochi piani. Lui decise di lasciar perdere. Doveva cercare qualcosa di meglio.

Lei, una volta rivestita, prese la sua decisione. Non sapeva che Lui era a conoscenza di tutto. L'altro sì, lo sapeva, ne aveva parlato apposta con un amico comune, l'amico comune non riuscì a tenere la bocca chiusa. L'altro ci godeva per questo, Lui non sapeva reagire, era troppo buono, troppo tonto, troppo diverso per stare al mondo cattivo che conosciamo oggi. Non voleva deludere la sua fiducia nè ci credeva, on voleva dubitare di Lei, nonostante l'evidenza dei fatti che gli fu messa davanti gli occhi, quando trovò il cellulare de L'altro sul comodino di Lei, che squillava, Lei stessa era in bagno a chiamarlo. Lui non rispose, si limitò a chiudere la conversazione col tasto rosso "C", nascondendo il telefonino sotto il letto. Evitò ancora una volta la realtà, e dopo ci fece persino l'amore. Sciocco. Ma Lei, dicevo, prese la sua decisione. Non poteva continuare così, le piaceva eccome il sesso con L'altro, le piaceva eccome assaporarne ogni sua parte, le piaceva eccome sentirlo dentro in tutte le sue più recondite fessure, però, per una volta, non riuscì ad essere egoista. Per una volta pensò solamente a Lui. Ma L'altro non gliel'avrebbe mai permesso.

L'altro, uscito dalla doccia con l'accappatoio del padre di Lei, ascoltò le sue parole attentamente. Stava per essere mandato a quel paese, stava per essere "lasciato". Non poteva permetterlo, nel suo egocentrismo forzato, nel suo ego montato con un filo sottile sottile nel cielo, come un pezzo di carta legato ad una ragnatela, cominciò a sbraitare, si sentiva tradito, per la prima volta nei suoi diciassette anni (e pensare che era così giovane). Non riuscì a tenere ferma la mano destra, che si chiuse a pungo, correndo poi, rapida e feroce, contro il volto di Lei. Perchè, Lei, perchè gli fai questo? Non l'avrebbe mai accettato, e lo sapevi bene. Ma non si limitò a quello. Continuò, pugno dopo pugno, sul naso, sulle labbra, sul corpo, sugli zigomi, finchè non la vide gonfiarsi e diventare viola, rossa e nera per i pugni. I suoi lunghi capelli castani sparsi per il letto, alcuni staccati. Doveva averglieli tirati molto forte. Le labbra spaccate, tagliate dai denti stessi che ora si trovava spezzata, Lei, che aveva deciso di redimersi. Lui sapeva che qualcosa non andava, se lo sentiva nel midollo. Lei cercava di parlare, sputazzando sangue dalla bocca sull'accappatoio bianco e spugnoso del padre, sporcandolo come se ci mirasse apposta, disegnando con quelle piccole sfere che sfrecciavano fuori dalle sue labbra rotte e sanguinanti. Quasi non vedeva più dall'occhio sinistro, chiuso e gonfio com'era, ed ancora non sentiva nulla, non poteva, le ferite erano troppo fresche. Chissà perchè L'altro reagì così, proprio non lo sapeva, quest'oggi non aveva avuto spessore, ora voleva averlo, desiderava averlo, e per la prima volta nella sua vita (come nella vita di tutti, forse), sentì quell'istinto puro e primordiale: l'Omicidio. Voleva toglierle la vita. Ma solo oggi lo chiamano "omicidio", una volta non aveva un nome, non pesava nemmeno sulla coscienza in questo modo. L'altro non ricorda bene di quando le strinse così forte le mani al collo, non ricorda il suo volto che s'arrossava sempre più, segno che la circolazione era ferma. Le vene del collo si bloccarono e si gonfiarono, lei cominciò a vedere tutto nero, a perdere la vista, era tutto sfumato, persino il volto de L'altro sembrava pacato, mentre era scosso e storpiato dall'ira. Gli occhi si gonfiarono, i capillari si ruppero, ed il respirò cominciò a venire meno. Ma non fece in tempo a morire soffocata. La forza che lui le esercitò sul collo, tirandola poi da una parte era troppa, ed il suo collo troppo sottile, la colonna non resistette, si spezzò in due, s'interruppe tutto, come quando si stacca la spina ad un malato terminale, nella sua mente, una linea piatta. Il cuore smise quasi subito di battere, non soffrì poi molto. Beh, non soffrì poi troppo, più appropriata come affermazione o almeno così crediamo, visto che della morte sappiamo poco e nulla.

Lui piangeva, non sapeva neanche perchè. L'amava come non mai, eppure Lei l'aveva tradito, non le aveva mai fatto mancare nulla, nulla di nulla. Amore, affetto, regali, vacanze. Nulla. In un secondo si tolse anche la felpa, mentre i muscoli cominciavano a bruciargli per la corsa, nonostante il freddo, la vecchia maglietta nera lo teneva al caldo, o forse era la corsa folle, forse l'odio, la rabbia, la gelosia. Ma non riuscì a fermarsi, doveva avere uno sfogo, ne aveva bisogno. Colpì un uomo con la spalla, il baricentro cominciò a scemare altrove, per qualche attimo perse l'equilibrio, continuando a correre avanti, toccando il cemento umido del marciapiede con la punta delle dita, ma tornò in piedi quasi subito, imboccando le scale che l'avrebbero portato alla fermata della metropolitana.

L'altro si rese conto di quel che aveva fatto. Non ci credeva. Gli facevano male le mani, poi vedendo il viso contratto di Lei in quella smorfia di morte, capì. Barcollò indietro per qualche istante, incontrando il muro con le spalle. Teneva lo sguardo su di Lei, mentre il labbro inferiore gli tremava, come nel pre-pianto dei bambini piccoli. Prese a scivolare lungo la parete, andando a nascondersi in un angolino, vicino la finestra. Si strofinò le mani sporche di sangue contro l'accappatoio, contro la pelle, cercando di pulirsi, ma scoprì che si stava solo sporcando di più, come se non fosse già sporco abbastanza, dopo quello che aveva fatto. Come poteva sopportare tutto questo? Cominciò ad urlare, ad urlare come non aveva mai fatto, invocò un Dio in cui non aveva mai creduto, bestemmiò come non aveva mai bestemmiato, picchiò contro il muro come non aveva mai picchiato prima, sentì ancora il bruciore delle ferite che ormai s'erano infettate con i fili dell'accappatoio, quei tagli che le ossa avevano provocato sulle nocche. Uscì fuori, sul balcone del quarto piano.

E mentre Lui s'accostava al muro, all'inizio della fermata della metro, un vento innaturale cominciò a muoversi, a spostare i capelli delle persone, le persone che guadavano male quel ragazzo disperato che piangeva ancora, stanco ed affannato, coperto da una semplice maglietta consumata, in pieno inverno.

L'altro cominciò a sporgersi, continuando ad urlare, qualcuno si fermò sotto quella finestra al quarto piano, altri presero il cellulare per chiamare qualcuno, la polizia, un'ambulanza, non lo so. Fatto sta che non venne nessuno, perchè nessuno avvertì nessun altro, e quando lo fecero era troppo tardi.

Lui guardò oltre l'angolo. In lontananza i due fari della metro quasi l'accecarono, quei due puntini che s'avvicinavano. Ora era solo una questione di tempo.

E per L'altro la situazione non cambiava molto. Montò su uno dei vasi di geranio rinsecchito, per poi "funambolare" sulla ringhiera, reggendosi con le mani ed i piedi su questa, piegato come una di quelle orrende e spettrali statue fuori dalle cattedrali gotiche. Non voleva ancora perdere l'equilibrio, però così accadde.

E mentre i binari si avvicinavano al viso di Lui, ed il cemento al corpo de L'altro, tutti, in città si fermarono qualche istante, non sapendo il perchè, alzando gli occhi al cielo, sperando in un Dio che, follemente, rideva.


Pallottola esplosa da prettylush alle ore 12:19 nella categoria racconti
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giovedì, 29 dicembre 2005


L'universo dell'Osceno

Levito in sinfonie d'autore

Dando fuoco a ciò che è giusto
Con la paura d'esser sbagliato
Porterò via l'ossigeno dal mondo
Ma forse solamente a te
Reputandomi assassino
Laverò via i miei peccati
Con abluzioni di me stesso
Guardando uno schermo crudele che non s'illumina
Mettendo fine alle mie sofferenze

Tornerò dove avevo lasciato il ricordo
Un ricordo che affiora
Contorto
Portandomi quella piaga di fastidio
Che si rimarginerebbe
Se solo smettessi di stuzzicarla

E in quei momenti d'attesa impaziente
Vedrò torcersi il mio futuro incompleto
Perchè l'angelo interrogativo
Nel retro dei miei pensieri
E' straziato nel vedere strade bianche
Stanze infinite di universi paralleli
Inzuppate in un latte amaro
Che qualcuno lascerà su una tavola imbandita
Come un pezzo di pane raffermo

Dio è stato clemente con te
E tu continui a ignorarlo
Dandomi l'ennesima prova
Delle stille di respiro
Che di volta in volta l'amore mi toglie.


Pallottola esplosa da prettylush alle ore 12:14 nella categoria
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mercoledì, 28 dicembre 2005


La Nuova Alba

Vedi il sole sorgere
Fra note di cantici e sospiri
Lasciati cadere
Chiudendo gli occhi
E assaporando l'aria
Che ti dilania le vesti

Ma non cedere alla tentazione
Perchè all'alba del nuovo giorno
Le falene cercano rifugio
Il buio tace.


Pallottola esplosa da prettylush alle ore 14:38 nella categoria poesie
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